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febbraio 6, 2016

Chiude Ghiaccio Bollente. Carlo Massarini racconta la sua straordinaria esperienza.

La musica non nasce per caso e non è fine a sé stessa. Le sue radici sono nella vita dell’uomo e nella società in cui questi vive. Esistono periodi di tempo nella storia della musica che non hanno solo nomi, ma anche una immensa biblioteca ed esigono un particolare senso nel tempo. Le difficoltà che inevitabilmente si trova davanti chi è sprovvisto di cultura in questo campo non così familiare a tutti, frenano generalmente il naturale desiderio di conoscere e di capire, benché le prospettive che così si aprono meritino la più intensa partecipazione dell’intelletto, e l’esperienza piuttosto insolita di scoprire che una storia anche in settori della vita apparentemente statici e, in confronto al nostro divenire umano, del tutto esenti da ogni forma di mutamento, ingenera e giustifica una certa perplessità. Ma le possibilità che si offrono sono considerevoli. Le successive trasformazioni della musica, che tutti noi oggi conosciamo con una certa precisione, costituiscono un discorso storico che può essere ricollegato con l’epoca storica, nel significato comune del termine. In questo campo le grandezze assolute restano sempre le costanti fondamentali. Oggi le nostre conoscenze sono molto più estese di quelle delle passate generazioni, anche nel campo della musica, ma queste conoscenze si imperniano sulle nostre capacità di riflessione e di associazione, senza le quali non sarebbero comunicabili né d’altra parte accessibili al nostro intelletto in modo diverso da prima. La comunicazione a onde cerebrali e vibrazioni sonore sono un veicolo di possibilità d’incontro fra chi scrive musica e chi l’ascolta. La musica e le canzoni però devono avere un ruolo sempre essenziale nella società e non si possono liquidare semplicemente ascoltando in cuffia suoni distorti; le emozioni che una canzone comunica si possono percepire molto di più a un concerto e comunque da registrazioni effettuate con veri strumenti musicali. Il suono e la voce sono elementi essenziali per esprimere al meglio quello che vogliamo e desideriamo comunicare.
La musica è sempre riuscita a far comunicare tutti coloro che cercano la libertà, che sono contro la guerra, i fili spinati, le barriere, lo stato di polizia violenta. La lotta è sempre al centro dell’attenzione quando a farne le spese sono i più poveri, i più sfortunati e chi desidera solo la pace. La gente sta sempre con la massa, la gente teme la diversità, soprattutto culturale; la gente esalta la violenza con la quale pensa di esercitare un potere sugli altri e respinge la bellezza diversa, il colore, l’incrocio. Se guardiamo l’arcobaleno, è formato da vari colori, nessuno di essi prevale sull’altro e sono tutti belli. È così che dovrebbe essere la gente, dovrebbe brillare sempre con i suoi colori, i suoi incroci e rispettare la libertà di tutti. L’arcobaleno forma un arco che tocca la terra, il mare ed il cielo ed insegna a tenerci per mano e a percepire anche il vuoto riempito d’aria, quell’aria che tutta la gente deve respirare per continuare a vivere.
Dal nostro immaginario peschiamo le parole per trasmetterle alla gente che non smette mai di formare un mezzo cerchio esattamente come l’arcobaleno. La gente ha i suoi colori quando ti circonda, incrocia le braccia quando sceglie la pace; la gente sa ch’è giusto essere libera d’ascoltare e di capire, solo così la diversità può essere annullata.
Carlo Massarini, ha continuato ad esprimere la sua passione di comunicatore, la sua vocazione di trasmettere al grande pubblico arte e conoscenze che sono il patrimonio o l’esperienza solo di pochi. In uno strano meccanismo la direzione RAI ha deciso con una semplice comunicazione di chiudere l’eccellente (ed unica nel suo genere) trasmissione Ghiaccio Bollente su RAI 5, ideata da Paolo Giaccio e condotta da Massarini. Il mio sconcerto come quello di chi ascolta la radio e la televisione per seguire concerti importanti e in modo esclusivo la musica, è visibile. Si sono elevate numerose proteste e critiche da parte di giornalisti, dal popolo del web e dai musicisti. È evidente che la nuova classe dirigente RAI la musica non la “sente” o forse c’è qualcosa di ancora più inquietante nei corridoi del palazzone?
In una intervista esclusiva di Alberto Marchetti, il conduttore Carlo Massarini risponde alle sue domande e chiarisce molti aspetti interessanti di questo sistema.
Gloria Berloso

Carlo Massarini

Carlo Massarini

• Proprio in questi giorni si parla di una sospensione di Ghiaccio Bollente, magazine in onda in seconda serata su Rai 5, l’unica trasmissione rimasta sulla buona musica di ogni genere, l’unica capace ancora di informare su un universo culturale tagliato completamente fuori dai palinsesti. Una brutta notizia che ha scatenato il web, con una petizione on line che ha raccolto in pochi giorni migliaia di firme.
A – Ciao Carlo, parlami di Ghiaccio Bollente.
Ghiaccio Bollente è stata un’idea di Paolo Giaccio, l’ultima idea prima di andare in pensione, a lui si deve l’intuizione di Mr Fantasy, è stato lui a volerla, Rai 5 ci ha concesso questo spazio, uno spazio interessante perché è una specie di Stereonotte televisivo. Non era mai successo che ci fosse musica da mezzanotte circa fino alle 5 del mattino, musica di ottima qualità, in maniera così organica, strutturata, tutte le notti, con una programmazione che puoi sapere in anticipo in modo da scegliere cosa vedere, seguire, registrare, con materiali sonori più o meno rari dalle teche rai, e anche di acquisto. Su questo abbiamo aggiunto il magazine con l’ora settimanale di materiale prodotto da noi, lì ho cercato di fare un’operazione di storicizzazione e narrazione, la cosa più interessante che ora si possa fare, raccontare delle storie, raccontarle bene, con dovizia di particolari, con notizie e filmati d’epoca.
È un po’ il lavoro che sta facendo Buffa per il calcio, Lucarelli per la cronaca, io ho cercato di raccontare soprattutto le storie di persone evidentemente poco conosciute in Italia, come alcuni bluesmen, a partire da B.B. King, Hawling Wolf, Chuck Berry, Muddy Waters, gli Staples Singers, e anche alcune storie di rock come a esempio quella di Winwood dei Traffic, storie di rock che sono radicate nel mio dna prima ancora che nel mio cuore; quindi monografie di grandi come David Bowie, Brian Ferry, oppure una serata molto bella, intensa, lunga, tutta dedicata a Lou Reed. Insomma, arrivati a questo punto della storia del rock, magari anche solo per un fattore generazionale, più che impazzire per le nuove band, che francamente mi lasciano quasi sempre un po’ così, mi sono dedicato al racconto di band epocali del passato.
Ci sono naturalmente molti artisti interessanti come gli Arcade Fire, Kamasi Washington è un artista interessante, amante della contaminazione, a lui abbiamo dedicato spazio proprio da poco, ma in generale poche produzioni sono storicamente all’altezza di altri decenni passati. Anche questo potrebbe non voler dire nulla, diciamo allora che è proprio un mio sentire, per me Jackson Browne rappresenta molto di più di cantori del nuovo decennio.
Ma non siamo sordi a quel che di buono arriva da produzioni anche indipendenti, e abbiamo promosso, nell’ultimo semestre, i dischi del mese, mettendo in risalto proprio questo genere di musica, uno spazio certo non immenso, alla fine presentiamo 9 dischi per 3 minuti a testa, mettendo quei dischi, belli e sorprendenti, che spesso è molto difficile scovare, scoprire, a meno di lanci improvvisi. Per esempio di jazz abbiamo presentato l’album “Mockroot” di Tigran Hamasyan, che è un album di grande spessore, ricco di contaminazioni, abbiamo consigliato Charles Lloyd, il vecchio sassofonista che riportò in scena Michael Petrucciani, poi album rock molto particolari, cantautori meno ascoltati ma non per questo minori, quasi impossibili da trovare per un ascoltatore normale, e ti dico Father John Misty o Iosonouncane con uno dei migliori album italiani dell’anno.
Se non leggi le riviste settoriali, o se non sai cosa cercare nel mare di internet, se non incroci le informazioni, come puoi scovare cose tanto nascoste? Se uno fa un programma deve farlo come lo vorrebbe vedere da ascoltatore, per lo meno io ho sempre la curiosità di sentire cose belle lontane dai soliti suoni, diverse nell’intenzione e nel modo. È un paradosso, lo so.

Per voi giovani 1971

Per voi giovani 1971

Quando eravamo ragazzi noi, mi ricordo, se amavi i Traffic e volevi ascoltare un loro brano dovevi comprare le riviste, cercare le tue informazioni, chiedere in giro, parlare con gli altri appassionati; adesso che l’informazione è totale, ora che puoi sapere tutto di tutti perché hai internet, Wikipedia, i social, Amazon, in questo di tutto su tutti, su così tante persone, si capovolge il problema, e più che mai serve una guida per districarsi in questo arcipelago sconosciuto. Ho realizzato quindi questa rubrica proprio perché mi immedesimo in un ascoltatore medio alla ricerca di cose che valgono, di sorprese, di emozioni sempre più rare nel già sentito di tutti i canali fotocopia.
Poi abbiamo avuto quest’idea delle interviste approfondite, che non sono quelle stereotipate del tg, interviste che rivelano fatti originali, curiosità, il coinvolgimento emotivo dell’artista, dove c’è chi ride, chi si arrabbia, mostrando l’uomo oltre l’artista.
E ancora c’è la storicizzazione, perché i ragazzi di oggi sanno poco delle radici, del percorso che ha portato ai loro attuali beniamini, perché non sanno come andare indietro, quali percorsi seguire, non c’è spesso tempo, voglia o competenza per risalire un fiume che non ha un solo ramo ben definito, ma mille rivoli paralleli e spesso confluenti o divergenti. Io per esempio ho avuto una botta di blues una quindicina di anni fa, ho iniziato ad acquistare molti album del genere, sono tornato pian piano alla visione d’insieme, fino a comprendere buona parte della complessità. Come tutti sono preso dalle mie passioni, quella volta per esempio a quarant’anni, e prima avevo avuto innamoramenti per altri generi, sempre alla ricerca di una sorta di guida, oltre quello che si riesce a trovare da soli, perché hai bisogno di qualcuno che ti descriva le strade che poi puoi anche scegliere di non seguire. Ma le sai. La storicizzazione credo sia fondamentale per mettere tutto in prospettiva, per capire il valore di ciò che è accaduto in passato e comprendere meglio il tratto musicale contemporaneo.
A – Ho avuto modo di vederti su palchi importanti nell’ultimo anno, a L’Aquila per esempio, o a Roma per gli aiuti al Nepal.
Come si fa a dire di no richieste del genere? Mi sono sembrate iniziative nobili, degne di nota fin dall’inizio, fare il presentatore di grandi palchi non è esattamente il mio mestiere anche se l’ho fatto più di qualche volta. A Roma per esempio, per il Namaskar for Nepal (24 settembre 2015), la serata era costruita bene, eclettica, non solo rock, non solo jazz ma musiche molto diverse, a volte addirittura opposte, tutte comunque di qualità, fatte da persone di grandi capacità, evidentemente anche con un grande cuore perché comunque venire a proprie spese un po’ da tutta Italia è stato, come dire, sicuramente un bel gesto da parte di tutti quei musicisti. Ho trovato che molte delle persone che suonavano, molti dei musicisti che ho presentato io non li conoscevo neanche, prendi Jaka, o il sorprendente Joyeaux, i Bandabardò li conoscevo poco, però la cosa bella è che si è creato un clima fantastico, non solo sul palco ma anche nel retro, tutti erano contenti di esserci, nonostante la pioggia, nonostante la poca voglia della gente di rischiare, di mettersi in macchina con un tempo così incerto, però c’era un grande piacere, e anche un filo di orgoglio nell’essere lì, prima, nell’esserci stati, poi. Tutti disposti addirittura a tornare, così si diceva nel retro palco, concordi, perché era stato davvero peccato fosse stata fatta una cosa così bella per così poca gente. È segno che la cosa è piaciuta, non solo da un punto di vista musicale ma proprio da un punto di vista di spirito.
Credo si rifarà. Ovviamente bisognerà trovare una nuova data in cui tutti o la maggior parte degli artisti presenti saranno liberi, trovare una sala a Roma, chiusa, che abbia dei costi ragionevoli, perché l’auditorium sarebbe perfetto, ma purtroppo è carissimo. Quindi c’è un insieme di cose da cercare, da valutare, è una congiunzione rara quella di una serata come questa passata, una congiunzione che va evidentemente ritrovata, si, c’è tutta la voglia e il piacere di ripeterla.
A “Il Jazz Italiano per L’Aquila” (6 settembre 2015) sono stato invitato da Luciano Linzi e Paolo Fresu, era un po’ un paradosso, io lavoro per Rai 5, e per questa iniziativa per Rai 5, la mia struttura produttiva, la richiesta mi è giunta dall’esterno. Mi sono sentito onorato, conoscevo molti dei musicisti presenti, alcuni erano stati anche ospiti su Ghiaccio Bollente, ma avere una sorta di investitura da parte dei jazzisti italiani mi è sembrata una cosa davvero emozionante, bella, mi sono divertito a farla, ho sentito musiche che non conoscevo, tutte comunque straordinarie, non solo sul palco principale la sera ma anche andando in giro per la città. È stata una giornata davvero memorabile, non si era mai riunito tutto intero l’universo del jazz, intorno a una iniziativa nobile, evidentemente questa de L’Aquila è una motivazione molto forte, un po’ come per il Nepal per certi versi, una città a solo un centinaio di chilometri da Roma ferita da un terremoto violento, che fa fatica a riprendersi e dove soprattutto fa fatica a rinascere una vita culturale che c’era sempre stata.
Vedere 40.000 persone, come si è detto, sciamare per L’Aquila, riprenderne possesso, reimmettendo emozione, cultura, sentimento, è stata una vera gioia. Ho fatto un giro nel pomeriggio, ed era intrigante questo viaggiare da un concerto all’altro, sorridendo, lasciandosi trascinare dai flussi e dalle musiche, con i musicisti che si ritrovavano in mezzo alla folla, con le marching bands a rallegrare le vie piene di impalcature, e poi ti ritrovavi vicino a Trovesi, oppure alla Marcotulli, in uno scambio emotivo intensissimo.
Forse nessuno si aspettava tanto afflusso, ma in certe situazioni qui devi sempre essere molto cauto, non ne ho parlato con loro, ma immagino, si organizza una cosa bella, e lo sai che è bella, sai che arriverà tanta gente, ovvio, però è la prima volta, quanta gente arriverà? L’Aquila è un posto relativamente piccolo, la gente deve partire da Roma, Pescara, evidentemente c’è stato un richiamo molto forte, quindi si, ti aspetti che al concerto della sera ci sia gente ma hai sempre l’incognita della prima volta. Ebbene, c’è stata sicuramente più gente di quella che si aspettavano, da una previsione di ventimila ne sono arrivate il doppio, quelle che sono mancate sono le strutture del posto. Essendo una città con un centro storico non pienamente funzionale sono mancati i luoghi dove rifocillarsi, l’anno prossimo sapendo già la dimensione dell’affluenza la città si organizzerà sicuramente meglio. A noi portarci un maglione e una giacca a vento per non soffrire il freddo. L’Aquila non è Roma.
A – Dal punto di vista delle informazioni e della capacità di farsi guida, penso che Mr Fantasy sia stato un programma davvero epocale.
Si, la cosa nuova giusto al momento giusto, mettiamola così, la prima trasmissione al mondo a trasmettere video musicali, una grande intuizione di Paolo in un momento molto creativo, erano finiti gli anni settanta che erano stati anche loro anni creativi certo, ma anche anni molto difficili, gli anni di piombo, non c’erano più i concerti, la musica era stata sacrificata, la musica era importante ma faticava a ritrovarsi, si viveva un momento molto cupo, teso. Poi a contrasto sono arrivati gli ottanta che come spesso capita erano esattamente il contrario, colorati, anche frivoli, leggeri, ma anche di grandi contaminazioni, entrava prepotente l’elettronica, si allargava la world-music nel rock, il rock ampliava enormemente le sue sonorità.
Mr Fantasy (1981 – 1984) è stato un programma nato sull’onda di quel momento creativo, Milano stava vivendo anni di grande vitalità, di grande fermento, intorno alla scuola di architettura che si chiamava Menphis, dove lavoravano Mendini, Sottsass, grandi designer che hanno dato un impulso eccezionale al design italiano, e noi ci siamo trovati lì, con questa idea in mano, quella di una trasmissione incentrata sui videoclip, ai quali aggiungere i nostri, una serie di videoclip prodotti direttamente da noi, altra idea geniale, che ci proiettò subito avanti, molto più avanti di tutto quello che c’era in giro, che nel tempo ha un po’ lasciato il concetto di video solo musicali per diventare poi un programma di videoteatro, animazione, trasformando il video clip come forma breve di racconto compiuto, un punto di riferimento per tutti quelli che volevano fare danza, teatro, pubblicità, videoarte, e noi siamo stati in quegli anni al centro di questo movimento visivo, l’abbiamo anticipato e poi raccontato, fatto vedere.
È un programma durato relativamente poco, solo quattro anni, ma è un programma che proprio perché nato nel momento giusto, con la formula giusta, era tutto al suo posto, c’era un fantastico designer televisivo, Convertino, che utilizzando il cromakie e quest’idea di uno studio tutto bianco, l’iperspazio lo chiamavamo, dove entravo da un tunnel a marcare il cambio dimensionale, c’erano questi videoclip prodotti da noi che nella loro ingenuità primigenia permisero a tanti artisti di avere visibilità e un seguito.
Fummo noi a interrompere la programmazione, la Rai si era trovata in mano questa trasmissione nata un po’ di nascosto, quasi un programma del sottoscala, costava poco, ce l’avevano fatto fare senza sapere esattamente la forza di quella creazione, senza immaginare dove saremmo andati a parare.
La cosa poi ha funzionato e naturalmente erano tutti contenti, ma la fermammo noi, perché eravamo convinti in quel momento di poter lasciare il campo del video che aveva ormai dilagato, ce l’avevano tutti, ogni tv commerciale riempiva i palinsesti di video, non avevamo più quella sensazione di essere esclusivi anche sulle grandi prime uscite, avevamo poi altri progetti in cantiere, ci sentivamo molto creativi. Eravamo convinti delle nostre idee, fino ad abbandonare la trasmissione in fase alta, mentre era ancora un programma di culto.
Ripartimmo subito con Non Necessariamente (1986), che era un progetto di viaggi immateriali, precorreva internet, c’era la memoria, il computer, questa rete che catturava, si viaggiava in un mondo virtuale attraverso una mappa, un browser, una grande intuizione anche lì, forse non supportata dalla necessaria esperienza, troppo complessa dal punto di vista tecnologico, troppo visionaria, per la produzione richiedeva mesi e mesi di preparazione, e si sa che le cose troppo complesse poi diventano ostiche, il pubblico alla fine non si ritrovò. Ma sono orgoglioso d’averla fatta, a guardarla adesso è certo un filo datata, ma i mezzi erano davvero elementari a confronto con quelli contemporanei, si faceva in un pomeriggio di post produzione quello che oggi un ragazzo fa in mezz’ora col proprio pc, ma dal punto di vista concettuale, di ideazione, ancora oggi è un programma molto avanti.
Oggi programmi così la Rai non li farebbe proprio, non c’è più il piacere della sperimentazione, oggi la Rai punterebbe a programmi dal budget ridotto e dal massimo ascolto possibile, già allora fu possibile realizzare quel programma solo per l’onda di entusiasmo generata da Mr Fantasy, chiunque altro avrebbe ricevuto risposta negativa. Eravamo al posto giusto nel momento giusto, le circostanze erano favorevoli.
Mediamente (1995 – 2002) è stata un’altra grande intuizione, questa volta di Renato Parascandolo, che conoscevo come collaboratore di Per voi giovani, in radio, era quello impegnato socialmente e politicamente, di quelli che andavano nelle fabbriche a intervistare gli operai, consapevoli che col digitale stesse arrivando una nuova rivoluzione non solo nella comunicazione, era il 1994, internet non era ancora nulla, forse c’era qualche motore di ricerca rudimentale, fu un altro momento chiave per la creatività per chi aveva la giusta visionarietà, e invece che prendere esperti informatici ci avvalemmo di studenti in filosofia, quindi capaci di leggere meglio le ricadute della tecnologia sulla società, altra idea geniale.
A – Quali musicisti ricordi con più piacere?
Bob Marley rimane il più grande, quasi mitologico nel vero senso della parola, Marley era più di un cantante, era un leader spirituale, aveva evidentemente una missione, un uomo dal carisma immane. È stato un incontro bello, emozionante, e nel tempo ci siamo incrociati ancora, nel 1977, poi in Italia nel 1980, la sua presenza fisica e carismatica è la più forte che io abbia mai incontrato. Questo
indipendentemente dalla musica, che trovo comunque fantastica, resta il più grande interprete del roots reggae, e in giro ricordo che c’erano Peter Tosh, i Burning Spear, i Black Uhuru, insomma una scena eccezionale, che riempiva gli stadi, un genere tornato un po’ nella penombra.

Jackson Browne-Carlo-Massarini

Jackson Browne – Carlo Massarini

Poi ce ne sono stati tanti altri, Jackson Browne, di cui tradussi i testi in italiano, con lui ci fu un feeling particolare, era un comunicatore, capace di rendere universali le sue cose, le sue sensazioni, aveva il dono di una poetica di grande afflato pur parlando di sentimenti e sensazioni molto private. Fu una delle mie passioni più forti, era in quegli anni in una fase compositiva straordinaria, penso ad alcune canzoni come “Before the Deluge”, con una forza evocativa unica.

carlo massarini e massimo villa nello studio di popoff

Carlo Massarini e Massimo Villa nello studio di Popoff

A quel tempo erano necessarie operazioni di questo tipo, nei 70 prima di andare in radio (1973 – 1977 Popoff e Radio2 21.29) mi traducevo io i testi delle canzoni per la trasmissione, quelli di Zappa, Mitchell, Coen, Dylan. Allora bisognava tradurre i testi per conoscere gli artisti e i loro messaggi, i testi di quel periodo erano importanti e gli italiani proprio non parlavano inglese, un’operazione quasi didattica, mia e dei miei colleghi, per capire e far capire percorsi e temi. Mi è sempre stata congeniale questa posizione di mezzo tra le cose belle e quelli che le volevano conoscere, coerente con tutto quello che ho fatto, sia per la musica che per la tecnologia. Mi ci trovo a mio agio.

Alberto Marchetti

Alberto Marchetti

 

 

 

 

Intervista a cura di Alberto Marchetti

Gloria Berloso

Gloria Berloso

 

 

Prefazione e pubblicazione a cura di Gloria Berloso

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settembre 8, 2015

A Icio Caravita il Premio Nazionale per la Canzone d’Autore di Vische e del Canavese-Festival Lanterne Rock 2015

La terza edizione del Premio Nazionale per la Canzone d’Autore di Vische e del Canavese, concorso per artisti e cantautori si è concluso. Inserito nell’edizione di Lanterne Rock Festival in scena a Vischesabato 5 e domenica 6 settembre 2015, gli artisti finalisti si sono esibiti nelle due serate. Dopo un primo esame e critica costruttiva alla fine della prima esibizione dove hanno presentato una canzone, nella seconda serata le esibizioni sono diventate molto più credibili ed ogni concorrente ha eseguito due o tre brani di loro composizione. In palio, oltre alle targhe commemorative, premi in denaro per 1000€ complessivi, la partecipazione ad una compilation realizzata da Tam Tam Producion, spazi promozionali radiofonici e televisivi, l’inserimento in diversi eventi organizzati dalla Carovana dei Festival e l’esibizione al prossimo “Nuovo MEI – Meeting degli Indipendenti a Faenza 1/4 ottobre 2015″ ed a ”Eurosong Indie Festival – Ventimiglia 12 e 13 settembre 2015” (in collaborazione con Mei/Audiocoop).

 

Il costo di iscrizione per l’edizione 2015 è stato di 40€ per band, 25€ per cantautori singoli. Una giuria di addetti ai lavori, diversa da quella che ha decretato il vincitore, ha valutato i progetti musicali degli artisti che si sono esibiti dal vivo al Festival Lanterne Rock del 5 e 6 settembre. La selezione è avvenuta tramite l’ascolto del materiale mp3 inviato mentre il vincitore è stato decretato sulla base dell’esibizione dal vivo da cinque giurati e il presidente di giuria. Sono stati valutati il testo, la musica, la tecnica vocale e musicale, l’arrangiamento e la presenza scenica

Il Premio Nazionale per la Canzone d’Autore di Vische e del Canavese, sotto la direzione artistica di Giorgio Giardina è una manifestazione aperta a tutti gli autori, cantautori, solisti o gruppi musicali, con contratto discografico in essere o liberi da vincoli contrattuali. Il concorso ha lo scopo di valorizzare e promuovere artisti e progetti musicali innovativi e di qualità.

L’evento è patrocinato da: Regione Piemonte, Comune di Vische ed organizzato dall’Associazione Culturale Promozione Artistica Eventi. Info: www.promozioneartisticaeventi.it E-mail: promozioneartisticaeventi@gmail.com Tel. 392.77.87.571 – 340.39.29.618

 

Dopo un’attenta e quanto mai difficile scelta per la qualità dei progetti presentati in questa terza edizione, il primo premio è stato assegnato a Icio Caravita, il secondo premio a Degian, il terzo premio a Nico Maraja.

Icio Caravita

Icio Caravita

 

Vische 6 sett. premiazioni

Vische 6 sett. premiazioni

A tutti gli artisti è stata fatta un intervista prima dell’esibizione sul palco.

Qui sotto riporto una breve biografia di Icio Caravita e l’intervista a cura di Gloria Berloso, registrata da David Bonato (Davvero Comunicazione) il 6 settembre 2015 a Vische (Piemonte).

Albo d’oro (1° classificato):

LaStanzaDiGreta (2013), Lorenzo Malvezzi (2014), Icio Caravita (2015).

BIOGRAFIA

Icio Caravita, cantautore emiliano classe 1967, è un one man band che suona chitarra, armonica e percussioni a pedale e ama definirsi menestrello.
Originario di un piccolo paese della bassa, Consandolo di Argenta (Ferrara), ma milanese d’adozione, Icio muove i primi passi in studio nei primi anni duemila, sotto la supervisione di Brando, con cui condivide il palco più volte.
Tra il 2009 e il 2011 Icio pubblica tre Ep autoprodotti: Icio Caravita, 2 passi e N.3. Canzoni folk con il punk tra le righe e un senso di appartenenza naturale alla tradizione della canzone d’autore italiana. Così nel 2010 Mogol consegna a Icio il Premio S.I.A.E. come miglior autore della manifestazione Senza Etichetta.
Nel 2014 Icio Caravita pubblicherà un album per Dasè SoundLab Records.

CARAVITA

 

INTERVISTA A: MAURIZIO ICIO CARAVITA

G.B. 1) Che cos’è per te la musica?

M.I.C. Per me la musica è vita. Io campo di musica e vivo di quello.

G.B. 2) Scrivere canzoni è in genere un’attività solitaria ma alle volte può essere necessario un team di supporto. C’è qualcuno che ti aiuta o ispira?

M.I.C. Non ho nessuno che mi aiuta, che m’ispira si, magari diverse cose e mi piace star solo anche se può diventare anche un rischio perché ci si chiude proprio per scrivere, almeno io sono così in verità, e poi sono sempre con la testa per aria, ho appunti ovunque, mi piace raggrupparli e rifarli. Non ho nessuno che mi dà una mano, accetto però consigli da chiunque.

G.B. 3) Fabrizio De Andrè sosteneva che il lavoro del critico musicale è un’arte complessa che differenzia l’arte vera da quella falsa. Che ne pensi a tal proposito?

M.I.C. Sono abbastanza d’accordo con De Andrè. Che differenzi l’arte vera da quella falsa è la pura verità, sono convinto che sia proprio così perché parecchia arte è falsa, anche solo il modo di porsi e comunque di ritenersi artista. Se ostentato risulta già falso. Quindi più sei naturale più sei vero.

G.B. 4) Il suono e la voce sono elementi essenziali per esprime al meglio quello che vogliamo e desideriamo comunicare ma devono essere veri. Negli ultimi anni in Italia, il linguaggio, elemento basilare ed importante, è stato usato contro la falsa comunicazione ed in formato di stereotipi, frasi fatte e banalità. Qual è il ruolo del cantautore oggi, esiste un nuovo linguaggio?

M.I.C. Non so se esiste un nuovo linguaggio, sicuramente non quello di cui mi hai parlato ora nel senso che oltre che a tutto quello aggiungo anche il proprio, come dire le abbreviazioni sono diventate di routine e per un cantautore non è possibile. A meno che magari tu non faccia parte di quella schiera di così detti nuovi cantautori che sono i rapper, però non so fino a che punto possano esserlo. La parola è ancora importantissima quindi è nella sua completezza. Non lo so, io sono di vecchio stampo. Sono cambiate molte cose però a livello di scrittura comunque, stai ascoltando una canzone, stai ascoltando un cantautore e quindi ti deve esprimere qualcosa. Se poi magari c’è qualcuno che riesce a farlo con i nuovi linguaggi, mi viene in mente Caparezza, è uno che butta dentro miliardi di cose con intelligenza però è veramente difficile e magari è ancora un po’ prematuro, si svilupperà questa cosa ma non so fino a che punto perché sono tutte cose tronche. Si viaggia per emoticon non più per parole.

G.B. 5) Come ti definisci?

M.I.C. Vero, vero, senza presunzione, proprio naturale.

Le canzoni presentate in concorso: Le piccole cose, Scarabocchio, Sono nervoso precario

Autore: Gloria Berloso

 

 

marzo 5, 2015

Il film The Repairman mi ha dato da pensare – Recensione di Alberto Marchetti (ROMA)

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Il film The Repairman, visto pochi giorni fa al Nuovo Cinema L’Aquila, a Roma, mi ha dato da pensare. È un film bizzarro, divertente, surreale, dalla trama sbilenca e un protagonista di illogico fascino. Il protagonista, Scanio, è un rivoluzionario proprio nel suo non esserlo, per il suo andamento cogitativo e lavorativo dai tempi tanto personali da far saltare ovunque schemi e convenzioni, lungo tortuose, goffe e irresistibili situazioni che s’ incatenano una a l’altra in inevitabili e imprevedibili assurdità. Si parteggia subito per Scanio, simpatico e surreale tecnico di macchine da caffè, un Buster Keaton moderno, estraneo alla lotta, perennemente in ritardo perché costantemente rapito da intuite migliorie che nessuno si prende mai la briga di verificare, presi tutti dall’orgasmo di una velocità che gli è completamente estranea. E che lui non cerca nemmeno lontanamente di capire. Ma Scanio, nel suo incedere adagio, non è esente da errori, e perde la donna che pure l’ha scelto nella sua atipicità, perché lo prende un formidabile straniamento che lo allontana, facendogliela quasi dimenticare, convinto com’è che lei possa e debba intuire e comprendere il groviglio vorticoso in cui s’ è recluso nel tentativo di costruire un depuratore ambientale di onde elettromagnetiche. È lei invece, responsabile delle risorse umane, o più miseramente dolcificante formale di licenziamenti, una Clooney inglese in terra italica, a finire per perdersi davvero, col direttore d’una fabbrica che pur riconoscendo genio in Scanio preferisce non rischiare di assumerlo. Gli amici, senza comprensione, lo assediano di convenzioni e banalità, lui, reso muto dalla saturazione verbale, tetragono, paziente, in viaggio dentro altri universi, resiste. Dispiace la fine di quest’ amore irregolare, esco soddisfatto ma con l’amaro in bocca, desideroso forse di un favoloso mondo di Amelie nostrano che premi il rischio, la visione, per uno sguardo a un altro mondo possibile e non perdente. Una fine rosa però sarebbe stato troppo, perché in quello stretto passaggio non politico, non filosofico, ma semplicemente possibile, ci si stanno infilando in molti, con la libera e spontanea offerta di capacità, fino alla nascita di un portale web “Viva la reparacion” dove le istanze umane, semplici, del film, rimbalzano in tutta Europa intorno a temi come riciclo, riuso, slow life, facendo dell’impacciato Scanio una bandiera compresa sorprendentemente da tutti. La colonna sonora non poteva essere prevedibile, le musiche di Alan Brunetta con marimba e chitarra, e quelle di Ricky Mantoan con la pedal steel guitar e con il dobro, seguono le scene del film rispondendo alle esigenze del regista Paolo Mitton. Delicata e d’effetto la pedal steel, tipica nella musica country, nella romantica sequenza al supermercato. Un esordio sbilenco di un regista che depone le facili armi degli effetti speciali per gli affetti speciali di un altro uomo possibile.

Alberto Marchetti

 

 

 

Alberto Marchetti

Roma, 5 marzo 2015

 

 

marzo 5, 2015

Joan Baez a Udine: 8 marzo 2015, serata da tutto esaurito al Giovanni da Udine.

Sembra essere inziata nel migliore dei modi la collaborazione tra Il Teatro Giovanni da Udine e Folkest. Un tutto esaurito che accoglierà Joan Baez con lo splendido colpo d’occhio di un teatro strapieno in ogni ordine di posti. Sarà la seconda di quattro date del tour italiano che, oltre Udine, toccherà Bologna, Roma e Milano.

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gennaio 7, 2015

An evening with JOAN BAEZ

A Udine l’otto marzo l’atteso ritorno della grande e instancabile cantautrice dei diritti

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Toccherà anche Udine (dove tenne una decina d’anni fa un memorabile concerto in castello per Folkest) con un imperdibile concerto il tour che riporterà in Italia con una serie di selezionati concerti Joan Baez, una delle più grandi voci femminili di tutti i tempi.
Dopo la celebrazione del cinquantesimo anniversario dalla leggendaria esibizione al Club 47 di Cambridge, Massachusetts, del 1958 e del successivo storico debutto del 1959 al Festival folk di Newport, numerosi premi, riconoscimenti e attività si sono succedute a ritmo frenetico per l’interprete statunitense.
Oltre a ripetuti tour in USA e nel mondo, il 2011 ha visto l’ingresso del suo primo album, che uscì su Vanguard del 1960, nella prestigiosa Grammy® Hall Of Fame patrocinato dalla National Recording Academy e nel 2012 l’attribuzione del prestigioso riconoscimento per il suo, a dir poco rilevante, apporto alla causa dei diritti Umani, da parte di Amnesty International, in occasione del cinquantenario della fondazione.
Sempre nel 2012 Joan ha preso parte ad altri storici avvenimenti e ricorrenze: concerto di Berkeley per CRO, ovvero Citizenzs Reach Out, una organizzazione no profit per sensibilizzare e aiutare le vite delle vittime di Guerra di tutto il mondo; e al grandioso avvenimento sulla costa di Big Sur in California per il cinquantesimo anniversario dell’Istitituto di educazione umanistica e alternativa denominata Esalen.
In precedenza, numerose le attività umanitarie e filantropiche che l’hanno vista sempre protagonista : dall’incontro con i reduci dal Vietnam a Idaho Falls nel 2009, al concerto benefico nell’Anfiteatro del Woodland Park Zoo di Seattle, a quello di San Francisco per la Fondazione Seva Foundation, con Steve Earle, David & Tracy Grisman, Tuck & Patti, e Wavy Gravy.
A grande richiesta sono stati recentemente ripubblicati i suoi album di successo contenenti note a margine della stessa Joan, la sua autobiografia And A Voice To Sing With e in video torna di attualità la sua apparizione a Woodstock del 1969 e la vediamo tra i protagonisti anche nel documentario di Martin Scorsese sulla carriera di Dylan, No Direction Home e in The Other Side Of the Mirror: Bob Dylan Live At the Newport Folk Festival, 1963-1965
Nel 2010 ha ricevuto l’Ordine delle Arti e delle lettere di Spagna, prestigioso riconoscimento spettante agli artisti stranieri, stabilito con regio decreto nello stesso anno, ha contribuito a una raccolta fondi al Teatro ZinZanni di San Francisco, per Jenkins Penn Haitian Relief Organization (J/P HRO), fondata da Diana Jenkins e da Sean Penn in favore della popolazione di Haiti.; e il premio della Children’s Health Fund di New York, con tanto di esibizione e duetto con Paul Simon, uno dei fondatori.
Nell’ottobre 2011, le è stata conferita la prestigiosa Legion D’Onore, il più alto riconoscimento francese consistente in una medaglia che rappresenta lo status di cavaliere dell’ordine.
Del tutto particolare il suo rapporto con la Francia, ove infatti vanta una serie di storiche performance a Parigi, ove ha letteralmente gremito lo scorso autunno, per una serie di serate. il famoso teatro Olympia.
Joan non ha potuto far mancare il suo apporto al movimento di Occupy Wall Street insediatosi a Foley Square , New York City, con una indimenticabile intrepretazione di Joe Hill, e di due brani mai proposti in precedenza: Salt Of The Earth dei Rolling Stones e la sua originale Where’s My Apple Pie?
Di rilievo la ua presenza nella raccolta di canzoni di Dylan re-intrepretate dai grandi del rock, Chimes Of Freedom – The Songs Of Bob Dylan con I proventi destinati a Amnesty International, cui contribuisce con una sontuosa versione di Seven Curses, così come con We Can’t Make It Here in cui si unisce a Steve Earle per contrassegnare uno dei momenti più alti della raccolta, Occupy This Album, a favore del movimento degli occupanti di Wall Street.
Nella mostra Changing America: The Emancipation Proclamation, 1863 and the March on Washington, 1963, al centro di storia e cultura afroamericana di Washington DC, che si tiene dal 2012 fino al settembre 2013, è rimasta in esposizione la storica chitarra Martin che Joan ha utilizzato nei suoi concerti del 1963.
In occasione della primavera araba del 2011, Joan ha mandato un toccante messaggio di forte incoraggiamento via Facebook, alla popolazione egiziana in lotta per la democrazia.
Da più di cinquant’anni, Joan ha sempre raccontato tutto ai suoi fans, continuando a rinnovare i suoi concerti con passione, energia e vitalità, sempre alla ricerca di una buona canzone, di una giusta causa da sostenere, confermandosi un tesoro invidiabile per l’umanità.
Ora avremo il piacere e l’onore di vederla al Teatro Nuovo Giovanni da Udine, grazie a una nuova collaborazione tra il teatro e Folkest, all’interno di un tour che oltre Udine toccherà Roma, Milano e Bologna.
In questo mondo travagliato, parafrasando Wings, Joan Baez continua a cercare un posto ove essere ascoltata mentre canta.

Info
Biglietteria del teatro: tel. 0432 24841 – biglietteria@teatroudine.it
Segreteria Folkest: 0427 51230
Circuito di prevendita Viva Ticket: http://www.vivaticket.it/index.php?nvpg%5Bevento%5D&id_evento=1497827

ottobre 16, 2014

MAX MANFREDI – DREMONG ….non c’è tempo per chi aspetta tempo

A volte stupiscono, a volte sussurrano, a volte ritornano: sono i miti contemporanei che svoltano agli incroci senza fermarsi. È il caso di Max Manfredi ed i suoi incantautori di respiri nobili dinanzi a pizzichi di note sfumate.

Dremong

Dremong

Manfredi è Dremong, un orso. La sua storia attraversa il Tibet, tra gli alberi, schiude gli occhi nel torpore mentre corre l’autostrada che taglia il fiato alle vallate. Altro abito stesso diadema, di notte sveglio mentre le cose dormono, lui di notte fa a pugni coi suoi pianti. Pensa al suo presente e si sente male, ha la pelle d’oca sopra vecchie cicatrici e viene la pioggia ad ogni mese ma sotto il suo ombrello è pioggia di un’altra canzone. È inutile, bocca senza parole spiegare non può l’amore amaro e come un cretino nella metropolitana si segna le parole che non sono state programmate. Non c’è tempo per chi aspetta tempo, tanto che ti addormenti con l’orso stretto in braccio. Erano in pochi e si fiutava già che quel che raccontavano non era la realtà. Le immagini di Dremong ci illustrano in maniera drammatica la parabola di un’esistenza animale. L’orso avanza tra la vegetazione tibetana, che domina con la sua mole. La tragedia è nell’aria e tutta la natura sembra partecipare al mesto e dignitoso viaggio intrapreso da questo re di antica stirpe. Nella copertina questa immagine raggiunge toni qualitativamente elevati che collimano perfettamente con le intenzioni espresse dall’autore.

Max Manfredi

Max Manfredi

Non posso prendere in esame i vari pezzi, semplicemente perché il disco è un’opera unica, inscindibile, anche dal punto di vista tecnico, in momenti staccanti. L’album si apre con un suono cupo creato dai cori, l’urlo di Dremong e le campane tibetane, che creano un’atmosfera suggestiva e preziosa. Il disco è composto da momenti diversissimi, dunque è inutile descrivere le entrate o gli assoli dato che gli strumenti sono inseriti e amalgamati in sonorità calde e pastose. I suoni bassi creano una ritmica continua con la voce originale di Manfredi ed i cori contenuti ma ben calibrati. L’opera si divide in quattordici parti, ognuna delle quali differentemente articolata; attraverso l’alternanza di momenti corali e di assoli l’opera acquista via via una sua fisionomia ben precisa, fin dalle prime note che dopo i primi attimi dà vita al primo groviglio di impressioni di vita urbana, fatto principalmente di dissonanze e di aggressivi rugli, il tutto ad un ritmo vertiginoso, scandito, dai violini, dai contrabbassi, dal piano, dai flauti, dalla batteria, dalle chitarre Il canto di Max è un vero e proprio canto di una sirena ammaliatrice e ci regala così 14 canzoni di vibrante ed altissima intensità.2013-07-22_Registrazione_Dremong_022-900x602_c Da un’intervista di Gloria Berloso a Max Manfredi → DOMANDA

Gloria Berloso

Gloria Berloso

– Max Manfredi, ti consideri più poeta o più cantautore? Mi puoi spiegare la differenza tra canzone e poesia?

Max Manfredi

Max Manfredi

↓ RISPOSTA  – Tecnicamente la differenza consiste nel fatto che i versi della poesia, oggi, non sono musicati. La poesia è fatta dunque per la lettura, la canzone per l’ascolto. Dal punto di vista del valore che viene attribuito a questi due fenomeni, poi, la poesia ha seguito una strada “alta”, investigazione cosmica o squadernamento sublime dei propri sentimenti. La canzone ha seguito una via “bassa”, che non esclude l’intrattenimento e la danza. Si tratta però di convenzioni, che, come tali, mi interessano poco. Poesia e canzone sono consanguinee, non soltanto dirimpettaie occasionali. Io mi considero, genericamente, un artigiano; che però lavora una materia come l’emozione, che è impalpabile. O meglio, che elabora con strumenti concreti un’illusione. Sono come un giostraio, un prestigiatore, un pubblicitario, un sacerdote di campagna, un venditore di bolle di sapone. Uno sciamano e uno showman, come dice il titolo di una nota rassegna. Un incantautore, come sono stato definito. Non è una definizione così peregrina: nella lingua latina, per esempio, “carmen” significa canto ed incanto. Ma nella lingua inglese “spell” vuol dire formula magica e compitazione della parola. Ecco: laddove la parola, semplicemente compitata, e quindi ritmica, diventa magia: è il paese musicale da cui provengo. E’ la mia letteratura. Questa attitudine non è solo fiabesca. La descrizione del quotidiano più banale acquista, nella musica, una seduzione necessaria ed aggiunta. Posso dire le cose più colloquiali, ma le dico in musica. L’impatto emotivo cambia, a volte in modo deflagrante. Io sono poi per una rivalutazione ed una ridefinizione del termine “poeta”. Non tanto inteso come “colui che compone poesie” meno che mai come colui che componendole, invera o sfiora l’universalità: definizioni ( la prima, insieme troppo tecnica e vaga, e povera da un punto di vista assiologico; l’altra troppo empatica, enfatica e per così dire mitologica) per essere funzionali, tanto peggio se si pretendono scientifiche. La definizione che propongo all’uso è: poeta come facitore (da “poiesis”), colui che trova un equilibrio fra la contemplazione, quella specie di scossa elettrica o invasamento che fu ed è chiamato “ispirazione”, e l’azione (manipolazione della sua materia artigianale). In questo senso l’attribuzione “poeta” può applicarsi al facitore (ed inventore) in qualsiasi disciplina. Anzi, riporta la velleità astratta e quasi immateriale dell’epitteto ad una qualifica artigianale e concreta, per quanto sia concreto il linguaggio. Il poeta non è mai chi si applica in una disciplina tradizionale, ma chi inventa il linguaggio al suo interno, cioè chi “trova” ed esercita fantasia all’interno di una disciplina. Poeta – ora in questa accezione tecnica, e non metaforico – può essere uno scienziato, un cuoco, un attore, un prestidigitatore, un pugile. Poeta può essere anche uno che scrive poesie. Ma non tutti quelli che lo fanno, anzi, direi pochissimi. Personalmente trovo questa definizione di “poeta”, che esula un po’ dal senso comune attuale – che è ambiguo alla radice – insieme precisa e libertaria, o liberatoria, o almeno libertina.

maggio 4, 2014

Jesse Winchester

Nel 1966 un mite ventitreenne, conclusi gli studi in filosofia, trova nella sua cassetta postale a Memphis la cartolina precetto, destinazione Vietnam. Dapprima pensa ad uno scherzo di un amico, poi si accorge d’essere coinvolto in una guerra a cui non crede. Il giovane è Jesse Winchester e varca clandestinamente il confine stabilendosi in una cittadina del Quebec e viene ingaggiato subito in una band locale, gli Astronauts. Moltissimi giovani riparano in Canada per evitare l’arruolamento e chi resta in patria viene imprigionato se renitente. Alla renitenza si aggiungono le diserzioni dall’inferno vietnamita. I musicisti rendono omaggio a chi rifiuta la guerra.

jesse winchester

 

In circostanze diverse Jesse Winchester avrebbe ricevuto i migliori onori nel  1970 assieme a cantautori del calibro di Jackson Browne e James Taylor .

Nel 1970 infatti pubblica il suo primo album, con ballate malinconiche presto interpretate da celebrati artisti: Jesse Winchester: The Brand New Tennessee Waltz diventa ad esempio un cavallo di battaglia di Joan Baez.

Winchester comincia a farsi conoscere nel  1970, quando è introdotto da Robbie Robertson , collaboratore di Bob Dylan e The Band. Robertson p incontra Winchester nel seminterrato di un monastero a Ottawa , dove quest’ultimo sta registrando una demo delle sue canzoni con l’aiuto di un disertore dell’esercito degli Stati Uniti che possiede un registratore Ampex . L’album viene acclamato dalla critica , anche se l’impossibilità di Winchester di fare un tour negli Stati Uniti  ostacola le sue possibilità di successo, e il disco non è disponibile nel Regno Unito fino alla metà degli anni ‘70 .jesse winchester 3

Winchester rimane una figura un po’ a distanza , anche se è considerato un ottimo cantautore ed è conosciuto come songwriter.. Le sue canzoni sono state cantate da artisti come Tim Hardin , Joan Baez , Emmylou Harris , gli Everly Brothers , Tom Rush e Jimmy Buffett .

 

Il suo esilio in America  dà una nota di amarezza alle sue canzoni più note, molte delle quali sono ricordi agrodolci di persone e luoghi del sud dell’America, dove Winchester è cresciuto. Yankee Lady , un brano dal suo album di debutto che viene diffusa attraverso le versioni di Brewer & Shipley , Hardin e Matthews ‘ Southern Comfort .

Altre canzoni, tra cui Mississippi .., Biloxi , The Brand New Tennessee Waltz e Bowling Green – quest’ultimo un inno ad una città in Kentucky – sono tutti soffusi di una nostalgia per la terra che ha lasciato dietro di sé.

La sua carriera si snoda tra il Canada e l’Europa, dove tiene vari concerti. Solamente dal 1977, con l’amnistia concessa dal presidente Carter ai renitenti di leva, potrà tornare in patria. Winchester è rimasto antimilitarista.: “Oggi non c’è il rifiuto del militarismo; la guerra non ha la stessa importanza per i giovani: ciò rappresenta la principale differenza tra le guerre del Vietnam e dell’Iraq”

Winchester nasce alla Barksdale Army Air Force Base in Bossier City. La famiglia si trasferisce in una fattoria in Mississippi e successivamente a Memphis . Jesse ha preso ispirazione dal blues, gospel e musica rockabilly che ascolta alla radio e ha studiato pianoforte per poter suonare l’organo in chiesa. E’ un bravo studente, studia il tedesco al Williams College di Williamstown , Massachusetts, e trascorre un anno presso l’Università di Monaco, dove le sue attenzioni sono divise tra gli studi e suonare con un gruppo rock .

Dal 1977 negli Stati Uniti è libero di esibirsi in concerti, anche se questo gli causa rimorsi di coscienza : « Non mi sembra giusto voltare le spalle al paese e poi tornare indietro e fare i soldi “, ha detto . Registra in America Nothing But a Breeze ( 1976) a Nashville e Talk Memphis ( 1981) a Memphis , con il produttore di Al Green Willie Mitchell .

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Nel 2002 sposa la sua seconda moglie , Cindy Duffy , e – pur essendo diventato un cittadino canadese nel 1973 – si trasferisce a Charlottesville , in Virginia . Ha pubblicato il libro Love Filling Station nel 2009 , ma due anni dopo scopre di avere  un cancro all’esofago . Dopo l’intervento chirurgico e vinto il cancro,  è in grado di registrare un nuovo album .

Nel 2012 l’album tributo è caratterizzato da un roster di artisti come Elvis Costello , Jimmy Buffett , Lyle Lovett , Taylor e Rosanne Cash , tutte le canzoni sono di Winchester . Ma all’inizio del 2014, Winchester scopre d’avere nuovamente il cancro alla vescica .

 

Jesse ( James Ridout ) Winchester , cantante e cantautore , nato 17 maggio 1944 è  morto il giorno 11 aprile 2014

 

Albums

Year Album Chart Positions
CAN US
1970 Jesse Winchester 26
1972 Third Down, 110 to Go 34 193
1974 Learn to Love It
1976 Let the Rough Side Drag 210
1977 Nothing But a Breeze 115
Live at the Bijou Cafe
1978 A Touch on the Rainy Side 156
1981 Talk Memphis 188
1988 Humour Me
1989 The Best of Jesse Winchester
1999 Anthology
1999 Gentleman of Leisure
2001 Live From Mountain Stage
2005 Live
2009 Love Filling Station

 

Singles

Year Single Chart Positions Album 
CAN CAN AC CAN Country US
1970 “Yankee Lady” 20 8 Jesse Winchester
1973 “Isn’t That So” 34 21 Third Down, 110 to Go
1976 “Let the Rough Side Drag” 42 Let the Rough Side Drag
1977 “Nothing but a Breeze” 72 86 Nothing but a Breeze
1978 “Sassy” 45 A Touch on the Rainy Side
1979 “A Touch on the Rainy Side” 42
1981 “Say What” 23 13 32 Talk Memphis
1989 “Want to Mean Something to You” 50 Humour Me
“Well-a-Wiggy” 68

 

marzo 28, 2014

“Alla maniera degli antichi bardi, le storie narrate attraverso l’arpa, sono storie nelle quali ognuno può riconoscere se stesso e le proprie emozioni”.

408035_261207920610382_1630414039_nRicky Mantoan, un amico per la vita. Così l’ho ricordato anni fa scrivendo una nota su facebook. Per lui ho scritto fiumi di parole per trasmettere a tutti Voi, la bellezza artistica ed interiore di questo straordinario artista conosciuto nel 1998 in una piccola località del Friuli Venezia Giulia, nel locale che diventò teatro di altri concerti altrettanto emozionanti e preso in cura da me l’anno precedente. Era un giorno di marzo, un pomeriggio tranquillo ed io avevo già appeso in bacheca una locandina per annunciare il concerto di Luigi Grechi e Ricky Mantoan , quando vidi arrivare un’auto carica di strumenti con i pionieri della musica folk e country; di loro, io già conoscevo molte cose, di quanta strada avessero fatto entrambi, specialmente negli Stati Uniti. Luigi era uno storico cantautore del celebre Folkstudio di Roma, quando a gestirlo c’era Cesaroni, per un periodo relativamente breve ed insieme a suo fratello più piccolo Francesco, ma subito s’innamorò dell’America perché era lì che doveva maturare le sue creazioni artistiche con il contatto e l’esperienza dei grandi musicisti americani come Pete Seeger ma in particolar modo Tom Russel.
Ricky Mantoan ha collaborato fin dal 1981 con Roger McGuinn , Skip Battin,  Sneaky Pete Kleinow,John York, Greg Harris. Si è esibito con i gruppi entrati nella storia della musica a livello mondiale: i Byrds e i Flying Burrito Bros ma ci sono numerose sue collaborazioni con altri celebri musicisti. In quel periodo Ricky conobbe un successo personale strabiliante perché era non solo un capace e grande chitarrista ma era diventato mitico per il suo carattere dolcissimo e la sua sensibilità, oltre ad essere un bell’uomo. Da circa trentacinque anni è alla guida del Branco Selvaggio, la band tutta italiana con la quale ha diffuso in Italia il linguaggio ed il pensiero del country-rock , che ancora vedremo in altri concerti, perché per questi eterni ragazzi il tempo non passa mai!

Ricky Mantoan

Ricky Mantoan

Con Ricky c’è stato un feeling immediato e abbiamo subito iniziato a parlare come se fossimo già vecchi amici mentre per Luigi la conversazione alle prime ore del pomeriggio era un po’ ostica, ma più tardi e verso notte inoltrata, anche De Gregori senior diede prova di essere una persona straordinaria e molto loquace, infatti con altri pochi intimi amici continuò a parlare fino al mattino dopo l’alba.
Dopo essersi sistemati in albergo e disposto tutti gli strumenti (un numero indefinito di chitarre), Ricky entrò in cucina, si sedette sul tavolo e continuammo a chiacchierare. Io avevo di fronte un mitico ex Byrds, perché così l’avevo conosciuto una decina d’anni prima in un concerto tributo, e la mia gioia era grandissima; anche Ricky percepiva di avere davanti una persona umana e dotata di grande sensibilità e così mi raccontò di un evento terribile che lo colpì 18 anni prima e che determinò in seguito un radicale cambiamento dentro di lui. Ma era diventato una persona migliore ed aveva incominciato ad avere rispetto per ogni cosa, riconosceva che la vita gli aveva regalato speranza e attimi di gioia. In lui regnava una voglia di creare e scrivere canzoni; le avversità lo avevano messo alla prova ed in quel periodo ha scritto brani e molte ballate come “Deep water” e “Sister Moon” di una pura bellezza, dalle quali traspare il romanticismo, la poesia ma anche la sua tragedia personale. Questi brani furono incisi sul lato B del disco in vinile di Ricky con altri brani come Blackbird,costruita con chitarre acustiche ed elettriche, Sad Country Lady scritta in onore a Gram Parsons ed Emylou Harris, Down in Memphis e Tennessee sono due ballate americane di chi sogna, Old Friend racconta di un vecchio amico partito dal suo paese per ricercare un mondo migliore dove vivere meglio, si scopre infatti di essere invecchiato serenamente e di non avere il desiderio di tornare indietro , Goin’ round è un brano gioioso ed infine Crazy man Michel, scritta da Richard Thompson e Dave Swarbrick, canzone magica e mistica, rivela l’avvicinarsi a strumenti più antichi dal suono medioevale-orientale.
Ricky infatti ha dato una svolta musicale con lo studio dell’arpa celtica, creando atmosfere di sapore rinascimentale e da meditazione assoluta; nel 2003 ha composto dei brani che offrono all’ascoltatore l’incanto di una musica dolcissima con sapori orientali a tratti per ritornare alle tematiche rinascimentali. L’uso di questo strumento, un’arpa a 36 corde, rivela la profondità interiore di Ricky Mantoan e trasmette emozioni e una grande e rara tenerezza, stessi sentimenti che Ricky ha trasferito al nostro primo incontro.
“Alla maniera degli antichi bardi, le storie narrate attraverso l’arpa, sono storie nelle quali ognuno può riconoscere se stesso e le proprie emozioni”.

Ricky Mantoan

Ricky Mantoan

Questa musica produce i massimi livelli di armonia con la narrazione e la lettura di poesie d’amore.
Ma la sua storia musicale è molto di più. Mi piace ricordare sempre che la casa dei genitori di Ricky riusciva ad esercitare su tutti i musicisti che vi passavano e si fermavano per le prove, un’influenza positiva. Nella stessa casa, che oggi è sicuramente un luogo di culto, si fermarono i Flying Burrito Bros prima di partire per il tour italiano. Ricky in tutti i concerti si è rivelato una presenza essenziale e molto importante ed il disco inciso su vinile è la testimonianza del grande valore di questo artista incredibile. Assolutamente strabiliante, unica ed irrepetibile la performance proposta da Ricky del celebre brano di Bob DylanKnockin on heaven’s door”, ritenuta dagli stessi F.B.B., superiore alla loro versione. D’allora, in tutti i concerti, il pezzo viene suonato alla maniera di Ricky Mantoan. Esiste sul mercato discografico il disco in vinile con il brano celebre ed altri pezzi fantastici come Sneaky Attack, Walk On The Water, Santa Ana Wind e So You Want To Be a Rock’n Roll Star, registrati in un concerto live a Viterbo e L’Aquila ed eseguiti da Sneaky Pete Kleinow: pedal steel, Skip Battin: voce e basso, Vincenzo Rei Rosa: batteria e Ricky: voce e Telecaster & Rickembacker guitars.
Con il suo gruppo Branco Selvaggio di oggi -( Ricky Mantoan: voce, String Bender Guitar, Pedal Steel Guitar, Rickenbarcker Guitar, Guild electic/acoustic guitar; Luciano Costa: voce, String Bender Guitar, chitarra acustica; Giuseppe D’Angelo: voce, batteria; Dario Zara: voce, bass), il divino mancino ha fatto conoscere in tutta la nostra penisola la sua musica fatta da esperienze in tanti concerti fin dagli sessanta, di grandi canzoni costruite con passione ma soprattutto con molta umanità.
In questi ultimi anni Ricky Mantoan ha realizzato un numero infinito di brani e musiche ed arrangiato pezzi come Ballad of Easy Rider e Wasn’t Born To Follow (Byrds).
La capacità artistica, l’umanità, la tenerezza e la sensibilità di questo generoso artista piemontese si trasmette in queste canzoni, già rese famose attraverso il cinema, ma arricchite da una purezza che in pochi chitarristi al mondo possiamo trovare.
Scritto da Gloria Berloso il 15 gennaio 2011 per Bravonline.it

Gloria Berloso

Gloria Berloso

(diritti riservati).

luglio 25, 2013

SIMONE AVINCOLA, il giullare controcorrente arriva al FOLKEST, musica e cultura.

L’Italia, ricca di un entroterra culturale sembra essersi fermata a crogiolarsi nel decadentismo . In questi anni pochi sono stati i tentativi di elevarsi ad interessi universali. Invece di unificare le varie forme d’arte sotto un denominatore comune – musica, arte figurativa e letteratura -, si evitano accuratamente ciascuna lasciandole pian piano morire per distoglierle dalla mente di tutti noi.. Il benessere ed il consumismo, creato ad hoc e per interessi di pochi, rendono sempre più difficile distinguere la vera arte dalla moda, i poeti dagli intelettualoidi, i musicisti dai musicanti.
La politica non culturale ha provocato un bel lavaggio del cervello ma il popolo non può restare indifferente ed il sistema deve essere messo in discussione. La cultura che avanza a grandi passi verso l’evoluzione, anche se mancano i mezzi, non può trascurare la sua voce più maestosa: l’arte. Moltissimi giovani si documentano, seguono ed incominciano ad amare i movimenti musicali anche quelli geograficamente lontani, riscoprono la poetica dei cantautori degli anni sessanta e settanta, cercano di scoprire un percorso per realizzare i propri sogni. Si, perché i sogni sono ancora liberi, dove la pressione economica non può ancora arrivare per catturarli.
Personalmente io sto dalla parte della barricata per scoprire qualcosa di nuovo nel mondo della musica e dell’arte, per dialogare con i suoi amici, per far risorgere insieme, anche dalle ceneri della superficialità dilagante e del commerciale, la vera eterna arte, affinché si possa tornare a parlare della musica italiana come del canto più sublime dell’anima popolare.

Simone Avincola

Simone Avincola

Una di queste anime è Simone Avincola, giullare controcorrente, musicalmente corretto, uno dei tanti ragazzi che cerca con ogni mezzo di unificare le arti esprimendosi con il linguaggio più nobile: la musica.
Simone lo conosco da alcuni anni, ho seguito passo dopo passo il suo percorso.
Simone Avincola è uno dei tanti giovani che attraverso le canzoni lancia il suo messaggio affinché in Italia la politica divenga più pulita e trasparente e la speranza che questo sogno si realizzi quanto prima. I temi delle sue canzoni ricordano molto quelle storie raccontate da Francesco Guccini, cantautore ribelle degli anni settanta, che lottava per tutti noi, ma ricordano anche gli avvenimenti e le tematiche dei nostri tempi. Ma come si è avvicinato a questa espressione di musica popolare? Simone Avincola, come tanti ragazzi della sua generazione ha avuto la fortuna di studiare chitarra alla Scuola Popolare di musica del Testaccio a Roma e di aver avuto ottimi insegnamenti dalla grande e straordinaria Giovanna Marini per dieci anni. Attraverso questo percorso, dopo aver ascoltato le canzoni popolare e vivendo in un periodo storico e politico molto difficile per il suo paese trova la sua strada cantando storie di vita di persone collocate in luoghi diversi che alla fine s’incontrano in una unica via. Il Giullare canta le sue storie ma invoca la speranza che cambi la scena e che tutto ritorni a favore degli oppressi.
Dopo il primo Album autoprodotto due anni fa: Il giullare e altre storie dove racconta storie nuove di conflitti tra potente ed oppresso puntando il dito al ruolo dell’informazione, della legge perché al servizio dei padroni e il film documentario “Stefano Rosso, L’ultimo romano”, dedicato al cantautore romano scomparso nel 2008 e per il quale si è aperta oggi una nuova via per la riscoperta, Simone sbarca al Folkest, culla della cultura mitteleuropea per presentare il nuovo disco che uscirà prossimamente.
Sono passati quindi quasi due anni dall’esperienza e la pubblicazione del primo disco ed in anteprima Simone mi ha confidato la storia che ha dato origine a questo secondo lavoro e che sarà presentato a Spilimbergo il 28 luglio nella prestigiosa piazza Garibaldi.
I protagonisti di quest’opera, il titolo ancora non l’ho scoperto, sono gli stessi amici del Giullare e Altre storie (2009): Simone Avincola, Matteo Alparone e Edoardo Petretti. In questo nuovo lavoro c’è molta sperimentazione musicale e racchiude ben 13 brani. All’interno c’è tutto il riassunto di quello che siamo e del mondo che vediamo, viviamo e che Simone ha voluto raccontare con un amore spropositato ma a volte anche con parole dure, impregnate di indignazione verso tutta la situazione politica italiana che ci ritroviamo a subire giorno dopo giorno.

Le canzoni del nuovo disco, sono arricchite musicalmente da molti ospiti amici.
Tra gli altri, vorrei sottolineare:

Paolo Giovenchi (chitarrista di Francesco De Gregori) che con il suono della sua elettrica ha saputo abbellire e trasformare completamente “Abbiamo noi il potere” e “Invisibili”

 Freak Antoni (degli Skiantos) che fa la parte del figlio in “Così canterò tra vent’anni”,

brano che chiude il disco e in cui racconto un ipotetico futuro che mi descrive in modo molto ironico come un cantautore che non è riuscito a diventare qualcuno e che nonostante tutto continua imperterrito a suonare nella sua camera mentre il figlio(Freak) lo elogia (mentendo spudoratamente)

BAND E ARRANGIAMENTI

Gli arrangiamenti sono curati interamente da Edoardo Petretti (pianista e fisarmonicista)
ad eccezione del “Marinaro” (brano dedicato a un personaggio un po pazzoide del mio quartiere che è scomparso recentemente) e che è stato arrangiato da Stefano Ciuffi (chitarrista davvero unico che ha cominciato da poco la sua collaborazione con la band e “La Voglia” che ha visto la direzione artistica di Edoardo De Angelis ( manager e produttore)

Gli altri musici della band sono:
Matteo Alparone al basso (che si è occupato anche della grafica)
Luca D’Epiro alla batteria (la maggior parte delle riprese audio sono state realizzate nel suo studio “BuonaLaPrima”).

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SIMONE AVINCOLA (Italia)

28 luglio 2013

Seconda serata

Spilimbergo

Piazza Garibaldi

maggio 25, 2013

BODY AND SOUL- CORPO E ANIMA – Il blues dei nostri tempi (“Blues” è un termine di origine inglese che nasce dalla locuzione ( to) feel blue”, in italiano “essere malinconico”).

Quanti di Voi hanno sofferto prima di comprarsi l’agognata chitarra!!! Ai tempi miei e all’epoca della beat-generation,  si suonava di nascosto, nelle cantine e nei garages, prove su prove per poter arrivare ad avvicinarsi a quel sound che appartiene solitamente ai musicisti afro-americani. Tra gli anni ‘50 e ‘60 le piccole case discografiche americane sono in mano ai neri, per lo più privati, che incidono dischi carichi di soul music e portano avanti i temi di un blues da salvare ad ogni costo dalla commercializzazione avanzata. I temi centrali sono la guerra, gli orrori perpetrati, scene da dimenticare al più presto. La musica così si scatena e si accende fino a trascurare i sentimenti più profondi. Nei locali notturni incominciano a circolare le parole “Rhythm and blues”.parchman3I giovani neri d’allora, figli di genitori che lavorano nelle piantagioni di cotone nel Delta del Mississipi suonano un blues rurale con chitarre spesso costruite da loro stessi, vagabondando qua e là, raccontando storie ai braccianti negri. Con i soldi raccolti tra i poveri braccianti ma con tanta esperienza acquisita in molti anni e l’amore per la musica, comprano anche loro l’agognata chitarra e si spostano in città. L’impatto con altri musicisti, la conoscenza di altri spazi musicali e le diverse maniere di esprimere la musica blues, scatenano la voglia di creare l’orchestrina per esibirsi nelle comunità dei neri dove si arriva a suonare per dieci ore di  seguito.

BLUES5Allora i dischi a 45 giri cominciano a girare alle radio, specialmente alla KWM di Memphis e molto sovente gli stessi musicisti partecipano alle trasmissioni suonando dal vivo. Il pubblico molto attento rimane fedele all’espressione musicale blues di molti musicisti grazie e soprattutto a quelle piccole case discografiche che hanno raccolto per molti anni e pubblicato canzone su canzone e senza ordine cronologico perché il blues deve rimanere tale e quale com’è nato senza distacchi storici.

E’ probabile che l’allora giovane Bob Dylan ma anche Mick Jagger dei Rolling Stones abbiano stabilito un contatto con questa espressione musicale e che canzoni come Sittin’ on The Top of The World e  It’s All Over Now, Baby Blue  prima e  As Tears Goes By dopo, abbiano influito sulla nascita della musica pop che raccoglie molti elementi dal blues.

Chi oggi fa blues deve adeguare l’espressione musicale ai tempi che viviamo e deve trarre i sentimenti musicali dal proprio cuore ma rispettare le sue origini. Chi si avvicina all’ascolto del blues deve compiacersi di sentire buona musica (Rhythm) e storie che forse conosce già (blues). Tra i cultori del blues esistono i conservatori ed i progressisti. Chi suona con chitarre acustiche, dobro, lap steel esalta la purezza del suono antico che appartiene ai neri che nel Delta Blues è accompagnato anche dall’armonica. Ogni musicista che ha sentimenti profondi espande la sua espressione anche con gli strumenti elettrici come la pedal steel guitar ad esempio. Dal punto di vista della comunicazione quindi, a danno dei puristi si concretizza il rispetto al progresso e alla trasformazione.

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Sebbene il blues abbia struttura, schemi musicali e sonorità affini al Gospel si oppone a quest’ultimo proprio per la caratteristica di empietà dissacratoria che, spesso, lo accompagna e che mal si adatta ai temi sacri trattati dai gospel cantati dai predicatori nelle comunità cristiane. Raramente in brani blues è possibile cogliere virtuosismi strumentali o tecniche raffinate poiché si tratta di un genere “povero” basato sulle emozioni, sull’anima dell’esecutore ma anche dell’ascoltatore. La semplicità stessa dei temi e della struttura permette a questo genere di essere eseguito con strumentazioni al limite dell’essenziale.

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Lo strumento che viene più utilizzato dai primi musicisti neri liberati dalla schiavitù (a parte l’elastico inchiodato alla tavola) è la cigar box, una specie di chitarra a due, tre o quattro corde che come corpo reca spesso una scatola di sigari, ma anche altri contenitori, legno o metallo, le corde abbastanza alte ne permettonoun uso agevole con lo slide (cilindro di vetro ricavato dal collo di una bottiglia) ma precludono l’uso delle dita della mano sinistra (o destra se mancino) sulla tastiera, anche per il fatto che la tastiera non recatasti di riferimento, è tutto lasciato all’orecchio del musicista. L’uso della chitarra è la naturale conseguenza, l’esigenza di esibirsi in locali sempre più importanti con altri musicisti ne impone l’uso. L’armonica è l’altro strumento più usato nel blues, in definitiva si può dire che tutti gli strumenti esistenti sono stati usati per fare blues, i neri d’America hanno usato questi perché economici e di facile reperibilità.

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La musica blues non è molto cambiata negli anni anche se suonata dai bianchi e con strumenti elettrici. Bisogna distinguere però i musicisti bravi da quelli non bravi. Purtroppo in questa distinzione non ci aiutano le case discografiche (più numerose e più grandi) dedite più al profitto piuttosto che alla bellezza creativa ed il marasma dei promotori musicali che hanno poca competenza o la completa assenza di sensibilità nel riconoscere la vera essenza dell’espressione musicale. Il blues viene dal cuore, la voce che racconta le storie deve essere calda e comprensibile, la musica deve essere sicura, attraente e perfetta. Se sbagli un accordo cambi la musica ma anche la storia che vuoi comunicare perché è il cuore che comanda e lui non sbaglia mai!!!

Alcuni esempi di espressione blues tra i più bravi musicisti e cantanti italiani

Conservatori:

Fabio Treves e Alex Gariazzo ( http://youtu.be/URiOBj4w6Bg )

Andrea Scagliarini  (http://youtu.be/-Q8cMUv07SA )

Max De Bernardi & Veronica Sbergia (http://youtu.be/nj1rWJBuUJI )

Angelo “Leadbelly” Rossi (http://youtu.be/0YDwSCwCY9w )

Progressisti:

Roberto Ciotti (http://youtu.be/MGPK-M-VQUk)

Blue Stuff (http://youtu.be/dng_jDV2uG0)

Robi Zonca (http://youtu.be/-sEApmAuiMY )

Ricky Mantoan (http://youtu.be/TibApnn7tHs )